I Rifiuti

Uno dei pochi atti di Salvatore Floris Mormone, l’ultimo a governare il comune di San Gavino Monreale prima della caduta del regime, fu il regolamento della raccolta dei rifiuti. Il regolamento fu approvato con una delibera del trenta luglio 1943. Seguiva le indicazioni date dalla prefettura a tutti i comuni della provincia ed era formato da nove articoli. È riportato sulla stessa delibera.

Il primo articolo stabilisce che la raccolta e il trasporto dell’immondezza sono monopolio del comune:

“Il servizio di raccolta e trasporto delle immondizie domestiche e degli ordinari rifiuti solidi dei fabbricati compete al comune con diritto di privativa”.

Questo significa che nessun altro poteva ritirare la nettezza urbana. Questo significa anche che non poteva esistere concorrenza. Nessuno poteva dire “ti offro lo stesso servizio per meno”.

L’immondezza sarebbe stata ritirata tutti i giorni:

“Art. 2º – Il ritiro e trasporto di cui al precedente articolo sarà fatto a cura del Comune tutti i giorni, salvo casi di forza maggiore (sic), a mezzo del personale incaricato della nettezza pubblica.”

Il personale sarebbe stato riconoscibile visivamente:

“Art. 3º – Gli incaricati del servizio in oggetto indosseranno un camiciotto di tela colorata fino al ginocchio, allacciato al collo ed alla cintola. Gli stessi porteranno un berretto e saranno inoltre muniti di una tessera di riconoscimento con fotografia o della carta d’identità.”

E acusticamente:

“Il loro passaggio sarà annunciato col suono di una cornetta.”

Come si consegnava l’immondezza? Lo dicono i due articoli seguenti:

“Art. 4º – Coloro che occupano o conducono locali, a qualunque uso adibiti, dovranno provvedere a far trovare pronti, all’ingresso dei locali stessi, i recipienti contenenti le immondizie domestiche e i rifiuti solidi da trasportare per essere vuotati dagli incaricati del servizio.

“Art. 5º – Le immondizie e gli altri rifiuti solidi dei fabbricati, debbono, per opera di chi occupa o conduce i locali, essere raccolti in recipienti di lamiera verniciati con coperchio a chiusura ermetica, secondo le prescrizioni del locale regolamento di igiene. Ogni recipiente non potrà avere una capacità superiore a centimetri cubi 40.”

Non so quanti avessero recipienti di lamiera verniciata a chiusura ermetica. Nel 1943, almeno.

I netturbini non potevano entrare nelle case:

“È assolutamente vietato agli incaricati del servizio in oggetto di introdursi nelle abitazioni private o nei locali”.

E se lo facevano, il comune non era responsabile:

“Nessuna responsabilità assume il Comune nel caso di inosservanza del detto divieto”.

In ogni caso, il comune raccomandava atti garbati:

“La vuotatura dei recipienti dovrà essere fatta con ogni cura ed in modo che non abbiano a verificarsi dispersioni o spandimenti delle materie vuotate.”

Un’altra delibera, approvata qualche minuto più tardi, specificava che il servizio sarebbe partito “dal 1º gennaio 1943”, cosa strana visto che la delibera è della fine di luglio.

La tassa era annuale e “dovuta a chiunque occupi o conduca locali a qualsiasi uso adibiti, esistenti nella zona del territorio Comunale.” L’importo era proporzionale alla superficie dei locali e al loro uso. Quanto a quest’ultimo, c’erano sette categorie. La prima comprendeva “abitazioni fino a n. 3 vani, magazzini e ripostigli”. Nella settima, “alberghi e ristoranti di lusso, stabilimenti industriali ed aziende commerciali cui siano addette almeno n. 5 persone”. In mezzo c’erano negozi, circoli, banche, alberghi e ristoranti mediocri, case fino a otto vani e pensioni.