Il Razionamento

Prima parte

Quando iniziò la guerra lo stato razionò tutti i beni di consumo. Il razionamento è l’ultimo tentativo di controllo dell’economia da parte dello stato. Il razionamento in tempo di guerra è un modo di far pagare la guerra anche a chi sta a casa. La tessera annonaria è la sua arma. La tessera annonaria sta ai civili come la fila per la sbobba sta ai soldati.

A soffrire di più furono le città. In paese uno poteva cavarsela con il mercato nero e l’economia clandestina. Potevi sempre coltivare i pomodori di nascosto, ad esempio. Se eri bravo, e i tuoi vicini non erano pestiferi cittadini esemplari, potevi perfino allevare qualche gallina. Le città soffrivano di una dolorosa penuria di orti e pollai. Tanto per comporre il quadro della situazione, aggiungi il fatto che i bombardieri avevano una singolare predilezione per i palazzi e capisci perché Cagliari fu sfollata in provincia.

Il razionamento andò avanti per anni anche dopo la guerra

In provincia molte famiglie avevano il pollaio, e a volte il maiale, e un orto in campagna. A volte l’orto era dietro casa. L’unico problema era che, qualche volta, com’è e come non è, il regime veniva a saperlo. Uno stato di famiglia del 1939 riporta le generalità del capofamiglia, sua moglie e i quattro figli, e sotto aggiunge: “grano ettari 7, vino litri 200, maiale uno e pollame”. S’intende che i beni non erano conteggiati per pura passione statistica. Erano messi nero su bianco con l’idea di un prestito permanente alla patria nel momento supremo del bisogno. Nel pieno della guerra, per dire, gli allevatori furono costretti a consegnare una parte del latte perché fosse distribuito agli abitanti di Cagliari.

Il razionamento andò avanti per anni anche dopo la guerra. In archivio ho trovato carte annonarie rilasciate fino alla fine degli anni quaranta. Il quattordici febbraio 1947, il direttore dello stabilimento, Mario Marini, si lamentò perché il latte da dare ai suoi dipendenti era scarso. La lettera, mandata al comune di San Gavino, inizia così:

“Come noto, questa Direzione distribuisce gratuitamente del latte ai propri operai allo scopo di prevenire intossicazioni per saturnismo.”

Il latte era poco e non era possibile averne di più:

“Attualmente abbiamo una scarsa assegnazione (25 litri) di latte di mucca da Arborea, e per integrare il ns. fabbisogno minimo indispensabile ne occorrerebbero almeno altri 20 litri giornalieri.

“Ci siamo rivolti a parecchi produttori perché ci vendessero latte di pecora: ma tutti si sono rifiutati.”

Per questo chiesero aiuto, magari una requisizione per conto terzi, al comune:

“Ci permettiamo quindi richiedere il cortese intervento di Codesto Comune affinché a questo Stabilimento sia possibile acquistare giornalmente lt. 20 di latte di pecora ai prezzi correnti; e riteniamo che dato il fine umanitario per cui la richiesta viene fatta (prevenzione di intossicazione) sarebbe in ultima analisi giustificata anche una requisizione presso qualche produttore o presso qualche caseificio.”

Serviva un buono anche per comprare le divise fasciste, di cui evidentemente c’era scarsità, ma pare che non fosse un problema sentito

Il razionamento arrivò sotto forma di carte annonarie. Una carta dava diritto ad una certa quantità giornaliera di un bene. C’erano carte per il pane, la pasta, l’olio, lo zucchero e il sapone. Ce n’erano anche per corredi da neonato e per quelli da matrimonio, e i sarti avevano carte annonarie dedicate che usavano per acquistare i filati. Serviva un buono anche per comprare le divise fasciste, di cui evidentemente c’era scarsità, ma pare che non fosse un problema sentito. Da una comunicazione statistica del 1943:

“Comunicasi il numero dei buoni di acquisto e delle carte per corredo, rilasciati durante il mese di febbraio:

“Carte corredo per nascituri 7 (…)

“Carte corredo per sposo 3 (…)

“Carte corredo per sposa 3 (…)

“Nessun buono è stato rilasciato per l’acquisto di divise Fasciste.”

Le carte erano colorate. I colori avevano nomi creativi: scarlatto Libia, verde diamina, blu vittoria.

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