La Radio Rurale

La radio rurale era un apparecchio radio prodotto in esclusiva da una dozzina di fabbricanti italiani. Per venderli, ogni fabbricante doveva ottenere una licenza statale. Le radio dovevano avere caratteristiche precise decise dallo stato. Il prezzo era imposto dallo stato. Non ricevevano altro che le trasmissioni della radio di stato, e questa era la ragione per cui lo stato ne favoriva la diffusione. Spesso i costruttori le adornavano con simboli fascisti molto evidenti. Per conquistare la simpatia del capo, immagino. Forse per questa ragione sono poche quelle che sono sopravvissute. Le radio rurali non erano vendute liberamente. Potevano acquistarle solo le scuole, le parrocchie e poche altre istituzioni, soprattutto in provincia. Credo che il nome radio rurale derivi da quest’ultimo particolare. La produzione andò avanti per sei anni, dal 1933 al 1939. Non so perché cessò con l’inizio della guerra. Mi sarei aspettato il contrario.

La produzione cessò con l’inizio della guerra. Mi sarei aspettato il contrario.

Il comune ne comprò una per le scuole elementari. Il ventiquattro novembre 1936, la direttrice didattica Dina Aramu scrisse una lettera al podestà per fargli una proposta: adesso che abbiamo la radio, bisogna diffondere la sua voce così che tutti possono sentire.

“Poiché tutti gli alunni di queste scuole (circa 700 ripartiti in due piani dell’edificio scolastico) possano trarre profitto dalle radio-trasmissioni, è necessario integrare l’azione dell’apparecchio radio-rurale, tanto gentilmente concesso dal Comune a queste scuole, con quella di almeno quattro altoparlanti da collocare opportunamente nei vari punti dell’edificio.”

Dopotutto, le caratteristiche dell’edificio erano quelle che erano:

“La S. V. Illma ha presente, infatti, la ristrettezza degli anditi, la mancanza assoluta di un salone che possa contenere tutti gli alunni o di una palestra coperta o scoperta o comunque di un posto dove tenere adunanze plenarie degli alunni, ravviserà, senza dubbio, la necessità di tale richiesta.”

Quindi la conclusione pragmatica:

“Occorre che gli alunni possano sentire senza spostarsi dall’aula e senza perdite di tempo per l’uscita e l’ingresso dalle e nelle aule medesime nonché evitando, in tutti i modi, confusioni e ammassamenti negli anditi.”

Il podestà si mise in contatto con la Ercole Marelli, di Milano, che mandò a San Gavino un suo tecnico della filiale di Roma per fare un sopralluogo e fornire il materiale occorrente: un diaframma elettrico, spine e condensatori. Il comune spese 170 lire, tra sopralluogo, materiale e spese di viaggio.

Poi chiamò un elettricista di San Gavino, Giuseppe Vincis, e gli chiese di montare gli altoparlanti e tutto il resto. L’ultimo dell’anno l’elettricista Giuseppe Vincis presentò il conto del montaggio di quattro altoparlanti Marelli: 211 lire e 90 centesimi.

Per 381 lire e 90 centesimi avevi il duce che gracchiava il suo verbo in tutta la scuola.

Passò un anno e la direttrice didattica scrisse un’altra lettera al podestà. “Debbo tornare,” scrisse, sembra con amarezza,

“e questa volta con una formale richiesta scritta, sull’argomento radiofonia ad uso di queste scuole, argomento da me, lungamente, trattato a voce.

“La S. V. Illma apprezza, senza dubbio, l’importanza di tale mezzo didattico e non vorrà non tenere presenti le considerazioni che qui appresso riaffermo”.

Seguono le considerazioni. Non ho mai avuto l’occasione di spiegare la vera funzione di quel gabbio giovanile che è l’obbligo scolastico, dalla Prussia ad oggi. Questa direttrice didattica e lo fa per me in tre frasi chiare e linde.

“1) una scuola con 776 obbligati, 700 dei quali inscritti e frequentanti, non può funzionare in modo didatticamente e fascisticamente perfetto, senza seguire, da vicino, attraverso la voce detta radio, la vita della Nazione.

“2) alunni che vengono, per quasi il 50% da famiglie di operai e impiegati della locale Fonderia devono essere guidati, più di quelli di qualunque altro comune, alla formazione di una coscienza autarchica che si acquista non solo interessandoli alla vita e funzione del locale stabilimento ausiliario, ma radio-ascoltando tutte le manifestazioni a carattere autarchico alle quali i Signori Maschi si impegneranno di preparare costasse ciò altri sacrifici e lavoro straordinario oltre l’orario scolastico, l’animo dei propri alunni.

“3) in un momento in cui dal capo del governo, appunto per la sua grande importanza propagandistica ed educativa, viene raccomandato l’uso della radio, consigliando impianti radiofonici completi, San Gavino non può, non deve rimanere secondo a nessun altro comune data la speciale condizione delle sue scuole, sopra descritta.”

“Impianto per nº 8 altoparlanti con centralino a 10 valvole e nº 1 centralino radio-fono-micro da 25 watt.”

Anche se nella lettera non è scritto chiaramente, la direttrice chiedeva un vero e proprio impianto di amplificazione con altoparlanti in tutte le aule. Dopotutto, il momento era commercialmente propizio:

“Ci sono ditte che accordano il pagamento perfino in tre anni.”

E concluse chiedendo al podestà di…

“adottare la deliberazione e dare a questa spesa, di capitale importanza per la preparazione fascista della futura popolazione di San Gavino, la precedenza assoluta.”

Il podestà chiese un altro preventivo. La Marelli rispose il quattordici marzo 1938. “Impianto per nº 8 altoparlanti con centralino a 10 valvole e nº 1 centralino radio-fono-micro da 25 watt.” 7.400 lire in tre anni. Dopo qualche trattativa si accordarono su un amplificatore, microfono e dieci altoparlanti per 7.000 euro in cinque anni. La delibera è del due aprile 1938.

Neanche due mesi dopo, però, la delibera tornò indietro. In basso c’era un’annotazione del prefetto Canovai:

“Si restituisce perché l’autorità tutoria nel caso in ispecie non ha approvato la spesa così ingente.”

Era il dodici maggio 1938.