L’Assedio Economico

Nel 1935 l’Italia conquistò l’Etiopia. Subito arrivarono le sanzioni economiche o, come lo chiamavano a quei tempi, l’assedio economico. Questo secondo termine è più appropriato.

Le sanzioni economiche sono una invenzione geniale del ventesimo secolo. Sono un perfezionamento dell’assedio medievale. Una tortura di fattura diplomatica e raffinata. Il loro modello è molto semplice: Il governo dello stato di Ruritania decide di fare qualcosa di genericamente cattivo ai ruritanesi. I governi degli stati buoni e virtuosi, genericamente descritti entro il confine geografico della correttezza, dichiarano di essere molto indignati da quello che il governo dello stato di Ruritania fa al popolo ruritanese. Ci vorrebbero dure sanzioni, ululano pubblicamente. Meglio ancora, il blocco delle risorse. Impediamo alla Ruritania di commerciare, di importare quello che le occorre per vivere. Le medicine, per esempio. In questo modo, quelli che sono sopravvissuti al proprio governo potranno morire di fame e malattie. E conquistarsi l’aureola mediatica di un martirio di concezione moderna.

Tanto per riprendere il filo, l’assedio contro l’Italia durò meno di un anno. Iniziato il diciotto novembre 1935, il quattro luglio dell’anno dopo era già finito. Il sedici novembre 1935, due giorni prima che iniziasse l’assedio, il gran consiglio del fascismo decise che l’atto ostile era un’offesa all’Italia, e che sarebbe stato ricordato adeguatamente. La fine dell’assedio fu accolta come una vittoria dell’Italia. Prima ancora della fine, il regime aveva ordinato di mettere delle targhe ricordo in tutti i comuni. In alcuni comuni ci sono ancora. Quella di San Gavino è andata. Non ho trovato neanche una fotografia. Ci sono solo i documenti che ne parlano.

“…tramandare alle nostre generazioni future, col nostro odio implacabile e con la nostra profonda indignazione, il perpetuo ricordo del detestabile, ignobile e nefando assedio economico contro la nostra grande, forte ed amata Patria…”

Il comune di San Gavino acquistò la sua targa commemorativa dalla società milanese Marmi e Pietre d’Italia. L’acquisto fu fatto tramite la prefettura. Le prefetture avevano l’ordine di fare da tramite tra le amministrazioni e le ditte che producevano le targhe. Il ventuno agosto 1936, la filiale viareggina della società comunicò di aver spedito la targa.

“Abbiamo il piacere di informare la S. V. che in evasione degli ordini impartiti dalla R. Prefettura di Lucca, abbiamo spedito in data 19 corr. la targa tipo III, destinata a codesto On. Comune.

“La spedizione è stata effettuata a mezzo ferrovia P.V. all’indirizzo della S. V. in Stazione di SAN GAVINO”.

Il diciannove settembre 1936, il podestà mandò una lettera al prefetto per dire che la targa era arrivata sana e salva:

“Con riferimento alla circolare Prefettizia 14 agosto scorso, Nº 56714, inscritta a pag. 255 del Bollettino Ufficiale, mi onoro informare V. E. che è pervenuta a questo Comune, in buone condizioni, la targa ricordo dell’assedio economico della Nazione, portante in uno dei bordi le firme dell’Ing. Masini e del Prof. Petroni.”

Ci fu qualche problema alla consegna. Un documento di viaggio, che serviva per ottenere il rimborso delle spese, andò perso. Il podestà chiese un duplicato alla delegazione compartimentale delle ferrovie di Cagliari.

“Questo Ufficio ha smarrito il bollettino di svincolo della targa in oggetto, per cui è stato versato la somma di L. 151 da questo Segretario Economo.

“Poiché tale documento è necessario per giustificare il rimborso della spesa, sarei molto grato se codesta On. Delegazione se volesse compiacersi di autorizzare l’Assuntore della locale Stazione al rilascio di un duplicato, ovvero di una dichiarazione attestante l’avvenuto incasso della detta somma.”

Non ho trovato la risposta delle ferrovie.

Sulla targa c’era una “iscrizione approvata da S.E. il capo del Governo… la cui riproduzione è vietata”. Apparentemente, Mussolini aveva il copyright. La targa fatta acquistare dal podestà Amerigo Sanna era larga un metro e sessanta e alta ottanta centimetri. Era in marmo bianco di Carrara. Si poteva acquistare solo tramite la prefettura.

Un carabiniere di servizio ad Anzio, Giovanni Carboni, contribuì con 25 lire. “Mi permetto,” scrisse in una lettera al podestà,

“di accludere alla presente l’assegno circolare del Banco di Santo Spirito N. 1824615 in data odierna per la spesa di L. 25,00 perché voglia compiacersi accettarlo quale mio modesto contributo per la costruzione del ricordo marmoreo che codesto Comune, pronto come sempre ad ubbidire all’ordine emanato il 16 novembre dal Gran Consiglio Fascista presieduto dal Duce amato, erigerà certamente nel mio paese, per scolpire sul marmo italiano la esecrabile data del 18 NOVEMBRE 1935 XIVº, onde tramandare alle nostre generazioni future, col nostro odio implacabile e con la nostra profonda indignazione, il perpetuo ricordo del detestabile, ignobile e nefando assedio economico contro la nostra grande, forte ed amata Patria ordito dalla vile, perfida ed infame congiura massonica ed attuata dal meschino, ignominioso e stolto complotto ginevrino; proprio nel momento in cui essa “TIRANDO DIRITTO” marcia compatta, imperterrita, e imperturbabile alla conquista di una necessaria e giusta espansione civilizzatrice in terreno africano.”

Capperi!

Apparentemente, Mussolini aveva il copyright della iscrizione

La targa costò 850 lire, rimborsate dalla prefettura. 110 lire e 75 centesimi furono spese per fissarla ad una parete del municipio e allacciare un altoparlante da usare il giorno dell’inaugurazione. Il muratore incaricato, Pietro Piras, presentò la parcella in comune il ventuno novembre 1936.

“Parcella che io presento con ordine del Signor Podestà per lavoro eseguito per conto del Comune per scavo e colocamento del quadro in memoria delle sanzioni e due gaffe in ferro per l’alacio de lauto parlante.”

Tre giornate di lavoro. Un muratore, un manovale grande, uno piccolo.

La cerimonia cominciò alle cinque del pomeriggio del diciotto novembre. Scoprimento della targa, squillo di tromba, tre minuti di silenzio, squillo di tromba, discorso. Cerimonia uguale in tutti i comuni d’Italia. All’unisono.