Il Macello

A maggio del 1934 Amerigo Sanna, commissario del comune mandato dal prefetto, ordinò l’acquisto di attrezzature per il macello dalla ditta Defranceschi, di Milano. 4.690 lire per comprare:

“1º) Un argano a muro della portata di Kg. 1200, completo di accessori e con gabbiere semplice.

“2º) Un fornetto crematorio per la distruzione dei pezzi patologici e dei rifiuti organici di macellazione.

“3º) Una vasca di scottatura majali (sic).”

Due mesi prima, aveva deliberato:

“Per motivi inderogabili e urgentissimi di igiene pubblica si rende indispensabile lo sgombro delle materia putrefacenti contenute nella concimaia del pubblico macello che da circa due anni non è stata vuotata.”

Da qualche anno il comune aveva un macello. Era stato aperto nel 1932. Da allora quelli del comune stavano camallando come neogenitori per stare dietro alle sue necessità crescenti. Una prima idea di mettere su un macello comunale era nata nel 1926. Quell’anno fu fatto fare il progetto di un piccolo macello lungo la via Villacidro. Sarebbe stato costruito sulla sinistra, subito dopo il secondo ponte sul Flumini Mannu. Per qualche ragione, quel macello non fu mai realizzato.

Nel 1931 cambiarono idea. Decisero di fare il macello da un’altra parte, esattamente all’estremo opposto del centro abitato: in un terreno triangolare all’estremità del paese, fra quella che allora era la strada per Sardara e un canale chiamato Rio Cani, che nel progetto è indicato come Rio Canu. Oggi il canale è coperto e sopra c’è la via Dante. La strada per Sardara è diventato il tratto di via Roma tra l’incrocio con via Cagliari e la chiesa di Santa Teresa. Il triangolo è piazza Risorgimento. Tutti la chiamano i giardinetti. Dove c’era il macello oggi c’è un’edicola, un bar, aiuole, panchine e alberi. Nell’archivio comunale c’è il progetto del macello.

“L’area sulla quale sorgerà il Macello,” scrisse il progettista Gaspare Orlando nella relazione,

“è di proprietà del Comune ed è stata scelta dal Signor Podestà, di pieno accordo col Signor Dottor Costantini, veterinario Comunale, ed il nulla osta del Signor Dottor Cav. Sollai, veterinario provinciale.

“Essa è posta all’estremo Nord-ovest dell’abitato di San Gavino, lungo la strada provinciale per Sardara, ed è limitata da questa stessa strada e da altre tre strade comunali.”

Quindi passò a descrivere il progetto, che era diviso in due lotti:

“Il primo lotto dei lavori comprende un Ufficio per il Sanitario, uno spogliatoio per il personale di macellazione, due locali di sosta, uno per bovini e l’altro per il bestiame minuto, due locali di macellazione, uno per i bovini e l’altro per il bestiame minuto, una concimaia, un pozzo per l’acqua ed una fossa chiarificatrice delle acque luride.”

Queste costruzioni, che oggi non esistono più, erano lungo la via Roma. Le acque luride di cui parla il progettista, dopo essere state chiarificate, erano probabilmente scaricate nel Rio Cani, dove oggi si trova la rotatoria tra via Roma e via Dante.

“Il secondo lotto dei lavori,” prosegue Orlando,

“comprende la costruzione dei locali di depilazione suini, delle caldaie e della trippaia e di due locali per macchine e celle frigorifere, e la sistemazione del piazzale o cortile con selciato a secco con ciottoli di cm. 12-15 di coda.

Nel verbale dei prezzi, tra le altre cose, si trova anche l’insegna:

“Lettere in maiolica colorata collocate in opera formanti la scritta ‘MACELLO’, cadauno L. 15,00.”

Il macello occupava tutto il triangolo della piazza. L’ingresso principale era dove oggi è il monumento ai caduti. C’era un cancello con un arco e sopra il cancello con l’arco c’era un fascio littorio scolpito. Il fascio littorio l’ho visto nel progetto. Non ho mai visto il macello e non so se il fascio littorio fu scolpito davvero. C’è da scommetterci, però. Le costruzioni erano lungo i tre lati della piazza. Al centro c’era un cortile interno. Subito dopo l’ingresso c’era l’ufficio del veterinario, gli spogliatoi e l’alloggio del custode. Quindi ci sono i locali di sosta. I locali di macellazione sono in fondo, lungo la via Dante e la via Risorgimento. Quindi c’è la cella frigorifera e in un angolo la concimaia, che nel trentaquattro stava traboccando.

Di tutto questo, oggi rimangono due costruzioni tra via Risorgimento e via Dante. Da una parte si vede un arco, ma non so se era lì anche nell’originale.

La costruzione fu affidata alla ditta edile di Francesco Manca. Fra la presentazione del progetto e il collaudo passò poco più di un anno e mezzo. Agli inizi del 1932 i lavori erano finiti.

Il venti gennaio 1932 l’architetto collaudatore, Salvatore Rattu, firmò il certificato di collaudo:

“L’opera, le forniture ed i lavori eseguiti in appalto e in economia, a cura dell’Impresa Signor Francesco Manca, sono regolarissimi e rispondenti nelle qualità dei materiali alle prescrizioni volute.

“(…)

“L’importo complessivo dei lavori, forniture ecc., eseguite, ammonta a lire 129.374,68 al netto di ribasso d’asta.”

Avanzarono quasi seimila lire, da spendere a piacere.

Negli anni seguenti si trovano molti atti che riguardano il macello: l’acquisto di due argani, una vasca di scottatura, le tariffe da ritoccare. Gli affari erano un po’ così. Un documento del 1935 afferma, con franchezza malinconica: “la gestione del macello è, oggi, in passivo”.

Dopo la guerra il macello diventò troppo piccolo. Nel 1949, l’amministrazione prese in affitto una cella frigorifera perché quella del macello non bastava più. Il macello fu chiuso negli anni cinquanta.