La Fabbrica di Mattoni Crudi

Il documento è del sedici novembre 1926. Il podestà Anselmo Ghinami regola l’uso di un terreno comunale usato per fabbricare mattoni crudi e, incidentalmente, anche la produzione di mattoni e il loro prezzo. Prima del regolamento vero e proprio c’è questo preambolo:

“Nel Comune vige l’annosa e quasi secolare consuetudine che i mattonai, durante la stagione estiva, accudiscono alla preparazione dei mattoni crudi nella proprietà Comunale denominata «Funtana Canna».”

“I mattonai prima d’intraprendere la fabbricazione dei mattoni dovranno fare atto di sottomissione indicando la quantità di mattoni che intende preparare e le dimensioni di essi.”

I mattoni crudi sono una tradizione del Campidano. Sono fatti impastando la terra argillosa con paglia, o più raramente lana grezza. Si fa un impasto, si mette in stampi rettangolari e si lascia seccare al sole. Per questo, per il fatto che i mattoni non sono cotti in una fornace, sono chiamati mattoni crudi. In sardo il loro nome è lardiri, con l’accento sulla a. Con il nome di adobe, si trovano anche tra alcune popolazioni dell’America latina. Nell’Esodo, gli ebrei fanno i mattoni con il fango e la paglia. Tanto per l’erudizione.

A San Gavino, i mattoni crudi non si usano più da un paio di generazioni. Visto che non dovevano essere cotti in una fornace, erano molto economici ma anche molto fragili. Negli anni sessanta divenne più conveniente usare la pietra, il blocchetto, il tufo o altro. Ultimamente, qualcuno a ripreso a produrli a mo’ di revival.

Per tornare al documento, dopo il paragrafo di prima il podestà aggiunge una frase che spiega la ragione della delibera:

“L’uso di tale diritto (produrre mattoni a Funtana Canna, es) non è disciplinato da alcuna disposizione regolamentare né da alcuna tariffa.

(…)

“Occorre provvedere a dettare le norme atte a disciplinare tale servizio per la migliore economia del Comune.”

Il regolamento è formato da cinque articoli brevi. Il primo è esplicito. Stabilisce che il comune è il proprietario del terreno:

“Tutti i comunisti (abitanti del comune, es) che vogliono fabbricare mattoni crudi per uso proprio o per vendita nella proprietà comunale devono presentare la domanda al Municipio ed ottenere il relativo permesso.”

Gli altri sono intrusivi. Il comune vuole sapere quanti mattoni:

“I mattonai prima d’intraprendere la fabbricazione dei mattoni dovranno fare atto di sottomissione indicando la quantità di mattoni che intende preparare e le dimensioni di essi.”

Quindi stabilisce che c’è una quota da pagare:

“Ogni mattonaio dovrà pagare la somma di lire due (ci sono correzioni, es) 1,50 per ogni cento mattoni preparati.”

Questo è comprensibile, visto che il terreno stesso era usato come cava di materia prima per i mattoni. Ma poi il podestà stabilisce anche il prezzo finale:

“In caso di vendita a terzi i mattoni di 40 cm si pagheranno lire 12 15 al centinaio e quelli di centimetri 50 lire 14 17 per ogni centinaio non calcolando la paglia.”

Queste le condizioni. Immaginate di prendere in affitto un locale per farci una gelateria. Contrattate il canone d’affitto e altre condizioni d’uso. Tutto normale. Ma, e se il proprietario del locale volesse stabilire a che prezzo dovete vendere la coppa del nonno e il cono alla crema di papaia? Questo è quello che accadeva ai mattonai.

E se, putacaso, i mattonai comunisti andavano a impastare fango e paglia nel terreno del signor Licu Lardiri? Licu Lardiri poteva fissare il prezzo dei mattoni? O lo facevano le autorità?