Il Convento di Santa Lucia

Tra il 1866 e il 1871 il regno d’Italia soppresse gli ordini religiosi e espropriò i beni della chiesa. Lo stato era laico e indebitato. Poco laico. Il re, pur essendo tale per grazia di Dio, poteva fare poco. Come emissario della grazia divina avrebbe potuto ricordare l’obbligo di rimettere i debiti ai debitori. Così il parlamento, che era piùo di gran lunga la domanda, provocò una svalutazione massiccia del mercato immobiliare. Lo stato si ritrovò con migliaia di immobili che valevano poco e servivano meno, a volte fuori mano e spesso inadatti a farci qualcosa di diverso da quello per cui erano stati messi su.

A San Gavino c’era un convento francescano, intitolato a Santa Lucia. Oggi si trova dentro il centro urbano. Allora era a mezzo chilometro dalla periferia. I documenti parlano di due chilometri forse riferendosi al centro dell’abitato, o forse per creare un po’ di dramma. Al momento della cacciata, i frati erano lì da trecento anni. Dopo avere espropriato il convento, mandando via i frati, lo stato si rese conto del fatto che, a parte dare un alloggio ai frati francescani, non c’era molto che si potesse fare con il convento di Santa Lucia. Così, dopo qualche tempo decise di cederlo al comune. I beni ceduti comprendevano il caseggiato del convento e alcuni terreni nei dintorni. La chiesa fu lasciata alla cura di fedeli volenterosi. Al comune non serviva né il convento né i terreni.

Nel 1923, il comune aveva 60.000 lire di debiti:

“Detto disavanzo è rappresentato da somme dovute dal Comune per impegni legalmente assunti con scadenza indifferibile ed improrogabile.

“…i rimedi di ordinaria amministrazione non possono valere che a prolungare non a risolvere la situazione economica dell’Ente, mentre bisogna affrontare in pieno ed escogitare il mezzo più adeguato per sistemare le passività fluttuanti.”

I muri, impregnati di sale, perdettero completamente l’intonaco e misero a nudo le pietre, le quali, in molte parti, crollarono; i pavimenti furono corrosi e distrutti. I tetti, lasciati in abbandono, precipitarono e l’acqua piovana invase gli ambienti facendo marcire porte e finestre.

Il diciannove agosto il sindaco Raffaello Meloni convocò un’assemblea “composta dalle più spiccate personalità del Comune, con rappresentanza di tutti i ceti di cittadini, ed in numero di trenta”, per “vendere il caseggiato detto convento e terreni che lo circondano, suffragando il loro deliberato su varie ragioni degne di ogni considerazione.” Parlarono del convento, che, spiegò il sindaco, era…

“costituito da un fabbricato in quasi completa rovina, e che tra pochi anni sarà in demolizione, ove non si spendano una trentina di migliaia di lire per riattarlo, modificandolo ad uso abitazione, se pure così sistemato troverà inquilini per abitarlo, per la posizione malsana in cui è situato, e per la lontananza dal centro dell’abitato di quasi due chilometri.”

Il sindaco arrivò all’ipotesi di buttarlo giù e recuperarne le pietre:

“D’altra parte, nessun’altra proprietà immobiliare del Comune potrà rendere, vendendola, quello che si ricaverà dai soli materiali del caseggiato ‘Convento’, perché trattasi di un fabbricato antico, costruito in pietra quasi netta da taglio ed impiegabilissima per messa in opera.”

Quanto ai terreni, una stima fatta da tre periti li valutò 10.877 lire e 50 centesimi. La valutazione del convento non c’è. Non è che non se ne parla. È che c’è un punto interrogativo al posto della cifra.

Il sei giugno 1924, il commissario prefettizio decise di dare via i soli terreni. Non il convento. Un punto interrogativo e l’incapacità del sindaco come promotore delle vendite salvò il convento dalla morte per smontaggio.

Decisero di dare in affitto i terreni facendo un’asta con il metodo della candela vergine. Il metodo della candela vergine funziona così: si accende una candela nuova e si aspetta che qualcuno faccia un’offerta prima che la candela si consumi completamente. Il primo giorno la candela rimase vergine per “mancanza di offerenti”. Abbassarono il prezzo e provarono ancora. Niente. “La diserzione delle aste,” ammise il commissario, “pare fosse determinata dall’elevato prezzo di affitto in confronto di quello dell’esercizio precedente”.

Qualche giorno dopo si presentò in comune un certo Peppino Piras. Disse di parlare a nome proprio e a nome del suo socio, Luigi Cossu. Piras disse che lui e il suo socio erano disposti a prendere in affitto i terreni per 1.010 lire l’anno, da pagare a rate. Il commissario ci pensò e si convinse che non era il caso di insistere con candele e aste. Ne avevano già fatto due e non avevano concluso nulla. Il sei giugno 1924 decise di accettare la proposta di Piras e del suo socio, i quali presero in affitto i terreni del vecchio convento.

Quanto al convento vero e proprio, c’è un ultimo documento del quattro marzo 1925. Il comune era ancora retto da un commissario prefettizio di cui mi sfugge il nome. Il documento parla di una coppia, Beniamina Piredda e Evaristo Madeddu. I due, secondo quanto riportato dal commissario, volevano comprare il convento:

“[Beniamina Piredda e Evaristo Madeddu] chiedono in acquisto il locale dell’ex convento, di proprietà del Comune, offrendone il prezzo di lire trentamila e col patto espresso di adibire il locale per un istituto di beneficenza a beneficio del Comune.”

Il commissario accettò la proposta.

Una pubblicazione del 1981, Quattrocento Anni di Presenza Francescana in San Gavino, racconta come andarono le cose:

“Il convento, destinato ad un ‘istituto di beneficenza’, in realtà fu affittato a dei privati, i quali vi posero, prima, una conceria e poi un caseificio. I muri, impregnati di sale, perdettero completamente l’intonaco e misero a nudo le pietre, le quali, in molte parti, crollarono; i pavimenti furono corrosi e distrutti. I tetti, lasciati in abbandono, precipitarono e l’acqua piovana invase gli ambienti facendo marcire porte e finestre.”