La Farmacia

Non so se era la prima farmacia di San Gavino. I documenti non lo dicono. Comunque sembra di sì. Perché? Perché così sembra di capire da quello che il sindaco Raffaello Meloni scriveva nel 1922. Ovvero che…

“la popolazione ardentemente reclama la farmacia nel Comune”.

Questo vuol dire che prima del 1922 i sangavinesi andavano fuori a comprare le medicine? Andare fuori significava andare a Cagliari, o forse ad Oristano. O magari usavano pratiche alternative, come il sacrificio di una gallina? Anche se pratico, in quei tempi il sacrificio di una gallina per curare l’herpes non doveva essere economico. Comunque, in qualche modo dovevano procurarsi le medicine. Di sicuro la gente non deglutiva scaffali di medicinali variopinti, ma ogni tanto qualcosa la prendeva. Forse era lo stesso medico che faceva da commerciante di medicinali. Forse. Non lo so.

Il cinque novembre 1922, il sindaco Raffaello Meloni annunciò al consiglio comunale che l’avviso di concorso per una farmacia era andato a vuoto. L’avviso era stato “debitamente pubblicato nel foglio degli Annunzi legali”. C’era stato, sì, un farmacista che in un primo momento era stato interessato all’affare. Tale “Signor Chimico farmacista Salis Francesco”. Il documento del cinque novembre dice che “Salis Francesco inoltrò domanda al Comune per l’attuazione dell’impianto di una farmacia”. Ma Salis era troppo esigente. Per il comune di San Gavino Monreale e per il 1922, almeno. Il sindaco Raffaello Meloni spiega che Salis aveva messo nero su bianco le sue condizioni, e le elenca:

“Aumento del sussidio del Comune superiore alle lire 3000 offerte;

“Alloggio gratis per il farmacista e per la famiglia;

“Locale e vasellame gratis per la farmacia;

“Trasporto gratuito del mobilio ed accessori.”

Il sindaco rispose che il sussidio di 3.000 lire era stato stabilito dallo stesso collegio dei farmacisti.

“A tale lettera il riferente rispose il 26 ottobre osservando che il Comune non poteva aumentare la dotazione dell’assegno perché la misura di esso e stata deliberata dal Collegio dei farmacisti”.

La casa gliela potevano dare per 900 lire l’anno. Il resto lo definì “gravoso”.

Il sindaco aggiunse anche che c’era un certo Pirastu, “farmacista in Mogoro”, che “intende aprire la farmacia in questo comune purché gli si conceda gratuito il locale per la farmacia e per la famiglia.” Così decisero: Nuovo concorso, casa a 900 lire l’anno, sussidio a 3.000 e la farmacia in esclusiva per tre anni, rinnovabili.

Arrivò dicembre. Otto giorni a Natale, e ancora niente farmacia.

“Il Presidente proseguendo nella trattazione degli oggetti inscritti all’ordine del giorno comunica al Consiglio che il concorso aperto dalla Regia Prefettura per il funzionamento di una farmacia in questo Comune giusta la deliberazione 1º Aprile volgente anno della Giunta Municipale, approvata con visto Nº 19201 addì otto detto mese di Aprile andò deserto per mancanza di concorrenti, i quali soprattutto mancarono perché riuscì difficile ai medesimi procurarsi un conveniente alloggio per l’abitazione del titolare e per un locale adatto per il funzionamento della farmacia medesima.”

A quanto pare, il problema non era una carenza di farmacisti. Lo stesso documento dice che ce n’erano diversi disponibili: “Dott. Salis Francesco, Dott. Italo Marras e Dott. Romolo Pirastu”. Il problema era che “tutti richiesero dal Comune un locale di abitazione e di esercizio.”

“Il Comune, come è ben noto all’Assemblea con sua deliberazione 5 Novembre u.s. accoglieva la domanda del Dott. Pirastu accordandogli oltre al sussidio di £. 3000 annue anche la casa per l’abitazione e per l’esercizio della farmacia.

“Senonché la Prefettura fece giustamente osservare che tale deliberazione non poteva avere tratto successivo in quanto la medesima, variando le condizioni del concorso, ledeva i diritti degli altri possibili concorrenti”.

Fecero un altro concorso. Lo vinse un certo Mario Farina. Contratto per quattro anni, a 3.000 lire l’anno. Affitto gratis fino alla fine del 1925, dopo a 900 lire l’anno.

Così fu, almeno fino alla fine del 1925.

Questa storia ha un epilogo, però. Il quattro agosto 1926. Quando Raffaello Meloni non era più sindaco. Al suo posto c’era un podestà, Anselmo Ghinami, che bocciò la richiesta del farmacista Mario Farina, che chiedeva altri anni di affitto gratuito. Il podestà citò una legge di tre anni prima e, poiché gli sembrò una cosa cospicua, ci mise i caporali e sottolineò le parole una per una:

“Il contributo «deve cessare dopo quattro anni ritenendosi che dopo tale periodo l’avviamento dell’azienda sia tale da non richiedere più la sovvenzione stessa.»”

Esteticamente povero ma concettualmente efficace.

Tuttavia, decise che qualcosa il farmacista avrebbe avuto. Tutto quello che il comune era disposto a dargli era…

“la somma di lire 1800 per il pagamento fitto casa di questo presente e dell’anno successivo 1927 in ragione di lire 900 annue come era stabilito nella precedente concessione”.